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Solo una comunità cristiana consapevole e protagonista, che fa del carcere un ambito di pastorale ordinaria, che si organizza nel volontariato, che si impegna a conoscere i problemi e a formarsi, che si impegna a lavorare per il reinserimento e la risocializzazione degli ex detenuti, può dare senso e spessore ai gesti di clemenza. Pastorale carceraria 2  Si può parlare di pastorale carceraria? Perché pensare ad una presenza e ad una promozione evangelica della comunità cristiana nelle carceri? La risposta è di quelle facili facili. Il rinvio è direttamente al Vangelo e sgorga dall’imperativo – si badi bene l’imperativo evangelico dell’amore, seguito a ruota da quelli del perdono e della riconciliazione. E’ possibile tradurre questi imperativi in vita concreta, in scelte quotidiane, sia in ambito parrocchiale che diocesano? Proviamo a delineare un percorso, avvertendo subito che non sarà né facile né scontato. La prima cosa da sottolineare è che soggetti della pastorale carceraria, come sempre, non possono essere solo alcuni: il cappellano, piuttosto che, quando va bene, alcuni volontari od operatori Caritas, a cui concedere una sorta di delega in bianco e a perdere. Il soggetto della pastorale carceraria, ma non è un’idea originale, vale per ogni altro aspetto della pastorale, deve essere l’intera comunità cristiana, con il suo Pastore in testa. Si tratta, pertanto, di studiare con gradualità percorsi stabili di pastorale ordinaria, che tendano a considerare il carcere presente sul territorio parte integrante della comunità diocesana, al pari ad esempio degli ospedali o delle case di accoglienza, evitando il più possibile episodi sporadici ed iniziative occasionali, come quelli che si sono verificati in occasione del giubileo delle carceri. Occorre farlo con tanta pazienza, senza demordere dopo le prime difficoltà ed entrando nell’ordine di idee di tempi e modalità legati ad una burocrazia spesso esasperante e non sempre legata alle esigenze della sicurezza. La Chiesa è sempre stata impegnata dentro le carceri ed in mezzo ai detenuti, ma questo impegno è stato spesso legato esclusivamente al lodevole e generoso lavoro dei cappellani e, nella migliore delle ipotesi, alla presenza di un piccolo gruppo di addetti ai lavori.La comunità raramente è stata partecipe, caratterizzandosi, al contrario, per una sostanziale indifferenza al mondo del carcere, se non addirittura per una aperta ostilità. E allora occorre cominciare dai cristiani, per avvicinarli ai problemi dei detenuti. Occorre promuovere, in seno alla comunità più ampia, gruppi di volontariato che operino in stretto raccordo con tutti i credenti. E’ necessario elaborare progetti precisi, in collaborazione con la Direzione del carcere e con l’equipe degli educatori, coinvolgendo gli Enti pubblici e la società civile. Occorre superare la fase dell’improvvisazione, darsi una sia pur minima struttura organizzativa, conoscere normative e convenzioni, suscitare collaborazioni. E’ una proposta possibile e proponibile per chiunque,….. per chiunque abbia intenzione di impegnarsi a diffondere i valori cristiani in un ambiente che, se da un lato è caratterizzato da “non valori” quali violenza, ingiustizia, prepotenza, sopraffazione dei più deboli, dall’altro lato è comunque un luogo di grande sofferenza e quindi, quasi sempre, di grande attenzione ai valori del vangelo e della religiosità. E’ quindi un ambito in cui il volontariato cristiano può davvero trovare uno spazio meraviglioso. Il tutto però deve essere compreso ed espresso con coscienza di partecipazione e di presenza della chiesa locale. E’ certamente indispensabile fare riferimento al cappellano per una maggiore qualificazione, coordinamento e programmazione degli interventi, oltre che per risolvere diversi problemi che possono essere superati solo con l’intervento dell’Istituzione carceraria, ma, ripeto, il volontariato cristiano deve essere attivo in quanto scheggia di una chiesa locale che considera il carcere presente sul territorio sua parte integrante. La comunità cristiana non può tenere ulteriormente gli occhi chiusi sulla "questione carceri”. Nel corso degli ultimi anni e in particolare nella ricorrenza dell’anno giubilare, anche a seguito dell’appello del Papa, si sono levate diverse voci, compresa quella dell’Assemblea dei Vescovi italiani, a favore di gesti di clemenza, che consentirebbero di alleggerire il carico di sovraffollamento e riportare la situazione a condizioni di vita più ragionevoli. Credo tuttavia che questi gesti di clemenza non possano essere ricondotti alla sola amnistia ed indulto. Se si vuole dare loro un profilo alto è necessario che essi rientrino in un contesto di pacificazione sociale, di perdono e di riconciliazione, nei confronti del quale la comunità cristiana ha una grande responsabilità. Solo una comunità cristiana consapevole e protagonista, che fa del carcere un ambito di pastorale ordinaria, che si organizza nel volontariato, che si impegna a conoscere i problemi e a formarsi, che si impegna a lavorare per il reinserimento e la risocializzazione degli ex detenuti, può dare senso e spessore ai gesti di clemenza. In questo contesto l’amnistia e l’indulto sarebbero davvero provvedimenti auspicabili. Al di fuori di questo contesto, al contrario,  rischierebbero di essere una semplice valvola di sfogo della pressione carceraria: un provvedimento tampone, in quanto chi me beneficerebbe oggi molto probabilmente, domani sarebbe di nuovo dentro, e ben presto si tornerebbe all’attuale situazione di polveriera, su cui si sarebbe costretti a rimettere il tappo chissà per quanto altro tempo. E questa è una responsabilità grave…. Che grava su tutti i credenti. Ma è anche una sfida che val la pena d’essere raccolta. Giorgio Magnanelli - "Il Picchio" 02/2002

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