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Omelia di S.E. Mons. Eugenio Binini in occasione della Celebrazione Eucaristica del 7 giugno 2008 vissuta con tutti i fratelli delle Comunità Neocatecumenali della Diocesi. Vescovo Eugenio BininiVolevo dirvi grazie, perché siete venuti stasera. Oramai è diventata un po’ una tradizione. Quant’ è che facciamo questo incontro? Credo, abbia un valore anche proprio di segno davanti alla Chiesa, di comunione piena. Adesso, poi, quando  sarà approvato lo Statuto, oh! ci impegniamo a realizzarlo bene, alla lettera e nello spirito, d’accordo? Che non vada poi in giro la voce che i vescovi non ubbidiscono al Papa! Quindi, grazie, benvenuti. Io sono stato, come sapete, a Tiberiade e alla Domus Galilaeae: è stata una esperienza molto, molto bella e molto interessante. Abbiamo potuto scambiarci delle idee. Credo che le prospettive siano molto, molto rosee, anche proprio per l’esperienza del cammino. E, quindi, affidiamo tutto al Signore per l’intercessione di Maria e cerchiamo di valorizzare al meglio anche questo strumento di conversione che è il cammino. Di elementi interessanti ce ne sono tanti. Io ne vedo uno particolarissimo, che è l’intuizione di essere una comunità evangelizzante. Credo sia importante ed è geniale questa intuizione, arrivata diciamo in tempi non sospetti, quello che “fare comunità” vuole dire vivere come una cosa sola, vivere l’unum, soprattutto vivere la preghiera di Gesù: «Che siano uno, che siano una cosa sola, come te, come io ed il Padre siamo una cosa sola». Una comunità che nasce con questo stile è nient’altro che la realizzazione della preghiera di Gesù, ed in una esperienza di questo tipo la reciprocità sta nell’essere l’uno la ricchezza dell’altro: tu mi dai la fraternità, tu mi dai la solidarietà ed io ti restituisco quello che ho ricevuto in dono. Credo che l’immagine più calzante sia quella dei vasi comunicanti, laddove […] e si alza in tutti. Mettere la vita in comune, che poi diventa, con un’altra dimensione, l’intuizione di Don Benzi: condivisione diretta con la vita dei poveri. Don Benzi dice: «La Chiesa fa dei servizi ai poveri, ma non basta. Bisogna condividere la vita dei poveri». A questo punto, nel mettere insieme, bisogna calcolare anche gli sbagli da mettere insieme, gli errori, le inadempienze e, in questa logica, ciò che è più pericoloso è ciò che colpisce l’unità: butta tutto all’aria. Il gruppo può essere ricco di fantasia, ricco di attività, ma se si inserisce un cuneo dentro all’unità e la spezza, tutto va in briciole. Essere comunità, dunque, fa parte della sostanza della Chiesa, è la sua vocazione. Dice Giovanni al versetto 23 della preghiera di Gesù: «Padre, tutto quello che è mio è tuo e tutto quello che è tuo è mio, così siano essi perfetti nell’unità». Se ci guardiamo bene, provate a pensarci, sotto sotto la società non è in grado di mettersi in cammino su questo sentiero. La società al più realizza una giustizia, che è una distribuzione sempre asimmetrica, molte volte la società non arriva a condannare quelli che guadagnano troppo, qualche volta addirittura specula sui guadagni generando dei bisogni artificiali. La società di oggi ha bisogno della profezia delle comunità cristiane, la comunità cristiana riconduce all’essenziale, quello che è mio è tuo, e Gesù conclude nella sua preghiera: «Che essi siano consumati nell’unità, che essi siano consumati nell’unità». Solo questo fa’ la credibilità di questo nuovo soggetto che evangelizza. Ci siamo persi per troppo tempo a cercare dei sentieri di evangelizzazione, che sono convincenti fino ad un certo punto. Solo questo soggetto nuovo, che si chiami famiglia fondata sulla fede, che si chiami parrocchia, che si chiami gruppo, che si chiami comunità, piccola comunità, tutto questo e solo questo diventa attività di corredenzione, cioè partecipazione alla redenzione del rapporto politico, del rapporto sociale. La società ha bisogno di questo. Faccio una ultima osservazione: spero di non avere confuso troppo le cose, è un pensiero su cui ho lavorato in questi ultimi giorni, perché mi sembrava importante. Pensate che, facendo comunità, si va anche oltre alla legge dell’amore! Voi mi direte: «Ma Gesù ci ha indicato la legge dell’amore: “Amatevi come io ho amato voi” come il comandamento nuovo». E, per l’amor di Dio, resta il comandamento nuovo per i cristiani, ma facendo comunità si va anche oltre la legge dell’amore, perché si realizza non una legge, un comandamento che è affidato a noi, alla nostra buona volontà ma si realizza la preghiera di Gesù, si realizza la sua invocazione: «Che siano una cosa sola!», e – per fare questo – non c’è neanche bisogno della nostra buona volontà: basta che ci apriamo a lui e ci lasciamo trasformare da lui. Per questo la comunità solo se trova ostacoli non nasce, ma, se nasce, nasce perché è Gesù che la fa nascere. Non perché siamo bravi noi. Non perché ci siamo organizzati bene. In questo senso la comunità dei credenti in Cristo, come dice la Lumen Gentium parlando della Chiesa, la Chiesa nelle sue varie espressioni comunitarie è sacramento di Gesù: è la comunità cristiana che è sacramento di Gesù, che ti dà Gesù, lo dona, te lo mette nella testa, te lo mette nel cuore. E non per nulla Gesù dirà: «Dove due o più siete riuniti nel mio nome io sono lì, ci sono anch’io, io sono in mezzo a voi». Voi, dunque, che siete chiamati, dal progetto che vi guida in questo cammino di conversione, a fare esperienza viva di comunità, accettate di esprimere questa straordinaria forza capace di cambiarli gli uomini, di cambiare le loro istituzioni sociali, di cambiare perfino quella che è la struttura della vita del mondo. È un progetto, che nel cuore di Dio c’è da sempre e noi dobbiamo saperlo accogliere e metterci a sua disposizione, al suo servizio. Questa sera, dunque, io ringrazio il Signore di avermi fatto incontrare voi. Vi dico: avete uno strumento straordinario tra le mani! Usandolo bene, nella nostra Chiesa voi avete una grande missione evangelizzatrice da compiere.

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